giovedì 30 gennaio 2014

Quando cado. Mandorle e nocciole

 

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Succede con una certa regolarità senza altri motivi se non quelli apparenti, meccanici e casuali.
Una buca non vista, una distrazione, un cedimento, uno sbilanciamento, un’imprudenza. Quando storco malamente e per l’ennesima volta una delle mie caviglie, già duramente provate da anni e anni di cadute tanto accidentali quanto regolari, mi tocca abbandonare la vita come la conosco e entrare in una sospensione fatta di ore e ore chiusa in casa, ore che non conoscevo prima. E puoi muoversi poco, leggere tanto, dormire tanto, pensare troppo. O anche no.
Bere molto tè e parlare tanto, forse troppo. O forse no.

Quando cado è come quando cadono le tende poggiate sugli sbagli nascosti malamente e con ingenuità. O come quando cadono le bugie raccontate male o quando cade l’illusione che tutto può ancora andare bene senza la fatica che ci vuole perché vada bene sul serio. L’illusione che potrebbe essere facile, la paura che sia più difficile di quanto è realmente.

Quando cado ci vuole un certo tempo perché riesca a rialzarmi e riprendere a camminare.
In quel tempo finalmente capisco dove devo andare.
E poi ci vado.

Quando sono caduta ho sentito un crack e ho avuto paura.
“Stavolta l’ho rotta” ho pensato.
Poi una mano ha preso la mia e mi ha accompagnato a casa e quella mano io la chiamo Amore.
Il suo Nome è scritto negli occhi.
Nei suoi.   Nei miei.
Forse un giorno me lo dirà, quel nome che so già ma che non mi ha mai detto.

Ma ora sono in una falla del tempo qui da sola, bevo molto tè e leggo molti libri, mi muovo poco, scrivo ricette, penso troppo e a volte niente, ogni tanto viene qualcuno e beviamo molto tè, parliamo troppo, ci muoviamo poco e sorvoliamo mille mondo insieme.
Poi resto sola di nuovo.

Sono caduta. Ogni tanto cado.
E’ bisogno di chiarimenti, tempo di domande e di risposte da cercare. Ecco perché cado.

E resto giù, finché non passa il gonfiore e non passa il dolore, passano i giorni e infine vedo dov’è che devo andare.
E allora mi alzo.
E ci vado.

Nella notte ho fatto questi biscotti perché mi ronzava nella testa un’idea. Li ho fatti su un piede solo e infatti l’impasto non era del tutto perfetto.

Ma il sapore è delizioso e in fondo non sono niente male. Per essere dei frollini nati di notte su un piede solo, dico. Non lasciate che il burro si ammorbidisca eccessivamente, come è successo a me, e non avrete problemi.

 

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Frollini alle mandorle e nocciole

Ingredienti

300gdi farina
120g di burro
200g di zucchero di canna
100g di nocciole
100g di mandorle
1 uovo
Un pizzico di cannella
Un tappo di rum

Lavorate il burro ammorbidito con lo zucchero di canna e con l’uovo. Ottenuto un pastello omogeneo aggiungete la farina e la cannella infine il rum (che potete sostituire con una grappa barricata o con un liquore aromatico come il Grand Marnier). Amalgamate poi la frutta secca.

L’ideale sarebbe eseguire tutta la lavorazione con una planetaria ma se non l’avete usate una marise o una spatola, per lavorare l’impasto, e non maneggiatelo con le mani (anche perché è abbastanza morbido e non sarebbe semplice).

Mettere l’impasto in uno stampo lungo e stretto o avvolgetelo nella pellicola a formare un grosso cordone e fatelo raffreddare in frigorifero per qualche ora. Quando è ben rassodato affettatelo ad uno spessore di un centimetro scarso ed infornate a 180° per circa 15 minuti.

Consiglio di non utilizzare frutta tostata perché in cottura nocciole e mandorle, nel poco spessore del biscotto, tosteranno di nuovo e rischiereste di trovarvele troppo brunite e amare.

giovedì 23 gennaio 2014

Un altro parallelo.

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         Foto presa dal web

Un altro parallelo

Un altro parallelo. E un po’ più a nord da qui.

Un’altra città, una che non è questa e non gli somiglia.

I viaggi sembrano, di solito, sospendere le nostre vite dentro una bolla, come quelle che se le agiti viene fuori la neve.

Il cielo grigio e immobile pare confermare che io sia dentro una bolla e se qualcuno la agitasse forse briciole bianche di finta neve si libererebbero come coriandoli per un po’, prima di scomparire chissà dove di nuovo.

La prima cosa che vedo uscendo dall’hotel è una “civetta” esposta dal giornalaio poco più avanti. Annuncia la morte di Abbado.

La notizia mi punge come un dolore allo sterno e contemporaneamente mi stupisco di questo dolore sincero ed inaspettato che non so spiegare.

Percorro vicoli e stradine porticate senza metodo e senza una cartina che mi spieghi il percorso.

Ogni tanto si apre qualche immenso portone su cortili di ineffabile bellezza e grandezza e della cui esistenza non c’è indizio all’esterno. Automaticamente leggo la targa con il nome del palazzo e mi rendo conto che non riesco a leggere il testo che segue, senza occhiali. Ma quand’è che sono diventata così cecata?

A volte svolto dove percepisco più movimento, seguo i passi di altri o le note di un musicista di strada. Ma svolto anche ogni volta che sento un profumo che mi piace e a naso arrivo nel mercato vitale e allegro nel cuore di questa città. Formaggi e verdure, colori e forme, profumo di pane, profumo di vita.

Cammino ancora sul dolore dei piedi e la stanchezza delle spalle e arrivo ad una piazza piena di ricordi lontani. Ci sono transenne, tante persone e soprattutto tantissime telecamere e televisioni. Ma mi vergogno a chiedere cosa sia successo.

La gente è ferma e aspetta non so cosa. E’ ordinata e silenziosa. Ferma, come il cielo grigio sopra di noi.

Con leggerezza e naturalezza che mi sorprende due tipi con la telecamera di un’ importante tv fermano una nota donna dello spettacolo che evidentemente abita qui in piazza perché è scesa senza nemmeno indossare un cappotto. Lei si lascia intervistare e parla con mitezza, con dolcezza e a voce bassa. Poi si infila di nuovo nel pesante portone che la inghiotte. E io capisco dalle sue parole che è morto qualcuno che lei conosceva. Penso: Abbado.

Non avevo idea che abitasse qui, che fosse uno della piazza, uno di questa piazza di questa città, come ha detto lei.

Siedo sul muretto di fronte alla bellissima chiesa che si allunga sulla parte destra della piazza perché i miei piedi me lo impongono e anche gli stinchi e qualche altro doloretto di stanchezza sparso qua e la.

Noto un carro funebre davanti all’entrata.

Due ragazze meno timide di me mi chiedono cosa sia successo e io rispondo che non lo so. Forse è per la morte di Abbado, dico. Ma non lo so.

Poi penso che non può essere che ci sia già il funerale se la notizia della morte è così recente.

Il ciottolato appuntito della piazza costringe la gente a soffrire mentre cammina e vedo alcune signore camminare storte e a fatica, sul viso una smorfia contratta.

Due ragazzi si siedono accanto a me e a un certo punto non resisto e chiedo se sappiano cosa stia succedendo.
Uno dei due ragazzi parla con le mie stesse parole di prima. Dice che forse è per la morte di Abbado. Però non lo sa.
Poi dice che la prima cosa che ha visto uscendo di casa è una “civetta” che ne annunciava la morte e allora ha pensato così.

Se questo fosse un film crederei che l’immagine di lui che ha visto e pensato le cose che ho visto e che ho pensato io e che poi mi ha risposto usando le stesse identiche parole che ho usato io quando ho risposto alla ragazza di prima è fortemente simbolica e vuole dire qualcosa ma questo non è un film, è una bolla nella mia vita, quindi non cerco significati ma mi sembra strano. Mi sembra buffo nella sua semplicità estrema senza sottotesto.

C’è ancora gente ferma, che aspetta, e gente che si incontra e si sorride e poi cammina via, due donne si fermano a salutarsi e parlano con un’allegria che nessun altro ha e che sembra stonata e un po’ troppo strillata ma forse è solo la vita che reclama se stessa.

Nessuno piange, qualcuno soffre molto camminando sui ciottoli piccoli e appuntiti che lastricano la piazza.

I giornalisti delle tv con le grosse telecamere sulla spalla ogni tanto fermano qualcuno e fanno un’intervista a bassa voce, senza disturbare nessuno.

Mi alzo e vado via perché comincio ad avere freddo sul muretto di pietra.

Nei forni è carnevale.

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Vedo questi dolcetti lucidi di miele, mi affascinano subito e ne compro un sacchetto per assaggiarli.

La ricetta la cerca in rete e me la segno per provarla presto.

Sono le tagliatelle fritte e caramellate.

Si fa la sfoglia come per la pasta all’uovo classica, si pennella con abbondante zucchero sciolto nel limone e poi si arrotola e si taglia. Quindi si frigge.

giovedì 9 gennaio 2014

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I sogni sono bignè, credo.
Ma immaginate un bignè che citi Shakespeare dicendo tronfio di sé: “Sono fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni!!!”. Rischierebbe, lo stupido, di fare una ben magra figura perché il Sogno non è lui, il bignè, ma la sorpresa in esso racchiusa.
Già, quella crema nascosta e misteriosa, forse dolce, forse salata, bianca o colorata, un geloso segreto custodito in ognuno di noi che siamo solo bignè insipidi senza farcia e senza Sogni.
Infatti i bignè, lo sapete, hanno un sapore neutro: sono un guscio vuoto, pura apparenza, superficie. Un bel bignè, ben decorato è pur sempre vuoto di contenuto.
Per questo, mie cari amici bignè, abbiamo bisogno di Sogni: per essere pieni, per essere vivi, per essere ESSENZA E SOSTANZA e non solo apparenza.
Chissà se Shakespeare mangiava bignè, mah!
Beh, comunque. Fuori è freddo e io coccolo i miei sogni con il forno acceso e li accarezzo, gli sorrido così cresceranno bene, cresceranno sani e forti. Li guardo lievitare e gonfiarsi e mi dispiace per quelli che raccattano sogni da poco, confezionati da un buon marketing e venduti da imbonitori astuti. Sogni da reality che ti fanno credere che puoi diventare quello che vuoi in una manciata di giorni, senza studiare, senza sapere, senza avere il tempo di fare domande di farti domande.
Non credo in Sogni di serie A o serie B, Sogni degni e Sogni indegni ma fate,vi prego miei cari bignè, che i vostri Sogni siano davvero vostri. Che siano pure sporchi o imperfetti, esagerati o modesti, maldestri, magari scaduti da un po’ come quella farina rimasta troppo in dispensa, nascosta e dimenticata.
Se vedo un’altra volta la Parodi chiamare “pasticceri” un branco di esibizionisti disperati senza vergogna butto la tv dalla finestra! Se sognate di diventare pasticceri fatelo con la dignità che meritate, con le competenze che dovete pretendere da voi stessi e dagli altri. Sognatelo come fosse un regalo che vi fate e non per diventare succo di carote per tv spazzatura.
E scusate lo sfogo politically scorrect e sicuramente pure impopolare per le orecchie di molti ma io, non ci posso proprio fare niente, sogno un mondo migliore e menti consapevoli, sogno la bellezza, la purezza, sogno …forse troppo.
Mi sa che ho mangiato una quantità eccessiva di bignè!
Ricetta per bignè
per circa 60/70 bignè
250g di acqua
125g di burro
4g di sale
150g di farina
180g di uova
70g di albume
Portare a ebollizione in una pentola acqua e burro e aggiungere il sale. Quindi unire la farina e mescolare energicamente fino a formare una sorta di polenta. Cuocere per qualche minuto poi togliere dal fuoco e far freddare l’impasto in una bastardella (la temperatura deve scendere almeno fino a 50°).
Mescolare all’impasto le uova e l’albume mischiati insieme aggiungendo i liquidi poco per volta per evitare la formazione di grumi. Ottenuto un impasto cremoso inserirlo nella sac a poche munita di bocchetta liscia da 6/8 mm e formare delle semisfere di circa due centimetri di diametro. Infornare a 190° e cuocere per circa mezz’ora.
Con questo tipo di ricetta si ottengono dei bignè piuttosto croccanti e resistenti. Varianti più ricche di uova consentono un prodotto maggiormente morbido e fondente ma meno resistente all’umidità della farcia.
In ogni caso siate il contenitore che preferite, croccante o fondente, ma preoccupatevi soprattutto del ripieno.
Quali sono dunque i vostri Sogni?

martedì 7 gennaio 2014

Voglio volare via

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Illustrazione di Rebecca Dautremer

Ho quasi finito questa specie di trasloco in casa senza cambio di casa e ora questo posto, che è quello di sempre, non è più la stesso. Come me. Ci sono ancora cose dalle quali non riesco a separarmi. Però i colori sono tutti nuovi.
Un viaggio difficile, lungo una fila di emozioni, fatica, stucco e vernici. E cose pesanti da far rotolare per le scale.
Un viaggio. Bagagli da trascinarsi dietro, altri lasciati per strada.


Ora parto di nuovo e lo sento che questo sarà un viaggio straordinario.
Penso a treni, aerei, navi e tappeti volanti e allungo le dita verso l’arcobaleno.
Ho mappe e un cattivo oroscopo al quale non crederò, scarpe comode, una maglia pesante, qualche buona ricetta e molti dubbi ma nessuno in grado di fermarmi.
Ho milioni di parole da scrivere, miliardi di ore da vivere, poca pazienza (tanto per cambiare), una voglia incontenibile di bellezza e di amore e di furore.
Cerco una nuova ricetta, una migliore delle precedenti.
Porto con me musica e fantasia e spero di avere coraggio, spero di avere un po’ di fortuna, spero che Dio sia dalla mia o che almeno sia gentile.

Porto con me una mela.

Un cuore gonfio d’amore.

Un livido sul braccio sinistro.

E un cacciavite. Hai visto mai? Magari torna utile.

Porto anche delle lacrime perché capita che prima o poi ce ne sia purtroppo bisogno
ma porto anche molti molti sorrisi
perché si sa
sono quelli che danno più gusto ad ogni cosa
e fanno sorridere i passanti che ci incontrano per strada.

giovedì 26 settembre 2013

Ho sognato qualcosa?

 

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foto presa dal web, dal blog di Matilde Franz

Sapete già della mia débâcle come imbianchina a tempo perso e sapete anche che lunedì avevo un forte raffreddore. Nello stesso lunedì sono iniziati i lavori di un imbianchino “vero”, sopraggiunto a riparare i danni fatti da me e rendere plausibile la mia camera da letto.

Quello che potete immaginare è quanto il lavoro in questo momento sia pressante, le cose da fare sono almeno un milione quindi non sarebbe proprio il momento giusto per lavori di ristrutturazione ma ormai c’ero in mezzo.

E di certo non sarebbe stato il momento giusto per finire a tappeto con un febbrone da cavallo, ma ormai c’ero in mezzo con il raffreddore….pareva brutto sprecarlo con un’aspririna e via!

E così il giorno successivo all’inizio della fine della pace (e della pulizia) casalinga la mia temperatura corporea è schizzata oltre i 39 gradi. Mentre io me ne stavo ammucchiata nel divano incapace di restare sveglia per più di dieci minuti consecutivi Mihai, il pittore, imperversava tra pennelli e bidoni di vernice abbellendo la mia stanza da letto e distruggendo qualunque altra cosa sul suo cammino, impiastrando bagno e corridoio, porte, maniglie e pavimenti più o meno ovunque.

Negli incubi peggiori di quel lungo sonno febbricitante biscotti e torte scoppiavano nei forni come indemoniati mentre negli incubi migliori le spezie erano sparite dalla faccia della terra, il burro misteriosamente liquefatto e le uova trasformate in inutilizzabili pulcini.

Negli sprazzi di lucidità zaffate di vernice.

Le mie condizioni erano tali da suscitare la compassione di Mihai il quale si è costantemente preoccupato del mio miserando stato di salute ed è stato così gentile da commuovermi. L’ultima volta che ho avuto gli imbianchini in casa volevano picchiarmi perciò capirete la sorpresa.

Purtroppo o per fortuna dopo quarant’otto ore sono tornata in me, seppur in stato confusionale, e il mondo era strano.

Ho aperto la finestra su una giornata bellissima e ho pensato “Peccato, perdere una cosa così bella” mentre guardavo con una punta d’invidia i passanti che gremivano la strada. Il mondo di fuori mi sembrava quello del Playmobil. Mi sono seduta perché avevo le vertigini.

Mihai ha finito che era sera, ci siamo salutati e io mi sono fatta la minestrina perché mi consola sempre quando non sto bene.

Purtroppo dall’interruttore della luce che ciondola penzoloni  ha finito, come era prevedibile, per staccarsi un filo e così la stanza è rimasta buia e muta fino al mattino seguente.

Il giorno ha svelato il triste segreto e cioè che la stanza ha bisogno di una terza mano. Peccato che oramai non verrà più nessuno e la ditta non risponde al telefono.

Ho considerato varie possibilità tra le quali: fare finta di niente, pulire comunque e rimandare la fine lavori, impugnare io stessa il rullo e finire l’opera. Ho cercato rabbiosa di capire come riaggiustare l’interruttore della luce (un delizioso manufatto dei primi del novecento tanto bello quanto misterioso). Altrettanto disturbata ho tentato di strappare dal comò impacchettato nei teli una maglietta ma quando finalmente ci sono riuscita non si richiudeva più il cassetto, non so perché. Ho urlato una specie di rabbia strozzata.

Improvvisamente mi sono sentita così intensamente infelice e sola che mi sono accasciata desolata nella polvere.

Sola.

E alle prese con soffitti più alti di me, vernici più ostinate di me, prese della luce più capricciose di me.

E ho una vertigine più forte che mai.

Comunque, a pianti terminati, ho cominciato pian piano a pulire, accantonando l’insana idea di fare nuovi danni con il rullo ora che il lavoro è quasi finito (…male?.....beh…quasi finito).

E mentre rimuovevo chili di polvere ho cominciato a pensare che ho proprio tutto quel che serve per essere felice. Persino quello che mi manca serve allo scopo, serve ad avere ancora una furiosa voglia di vita.

Panno dopo panno ho rimosso la polvere, le chiazze di vernice, la stupidità dalla mia faccia rigata da lacrime sporche. E poi ho risposto al telefono che squillava.

Non sempre sentirsi soli corrisponde al vero.

Spero che non mi torni la febbre. E di rimettermi presto in cucina!

E magari un’ultima “rullata” quasi quasi la do….che danni posso fare?

Ma soprattutto spero di riuscire presto a scrivere post meno sconclusionati o sarò costretta a cancellare il blog di nuovo……siate pazienti…….ce la posso fare……..credo……..

massì…..

ce la posso fare!

Un caro saluto a Mihai (che si pronuncia tipo Mikail ma con una cosa aspirata nel centro, al posto della kappa e comunque significa Michele). Mihai si è commosso perché gli ho fatto il caffè. Dice che nelle altre case non succede. Peccato che io il caffè lo faccio da schifo. Però lo servo con ottimi biscotti, ci potete credere!

lunedì 23 settembre 2013

ésSenza

 

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illustrazione di Charlotte Gastaut

È nata nel giardino del Convento.

Era un grigio mattino d’Inverno cui nessuno aveva fatto caso, era niente di più che il mattino silenzioso e anonimo di un giorno apparentemente senza Sogni.

È nata accanto al sentiero che porta al Paradiso ma si è fermata lì, nel giardino. Danzando tra i rami secchi e le foglie cadute, ha chiamato a voce alta il nome di ogni fiore, sospirato il loro profumo, ha acceso gli occhi immaginando i colori più intensi e sgargianti.
E ha riso allegra per tutto il tempo.

Le Donne l’hanno trovata all’inizio della Primavera che dormiva sotto il tiglio. Aveva un sorriso buffo sulle labbra e addosso profumo di spezie, erbe e qualcosa di indefinibile che faceva irrimediabilmente innamorare di lei. Le Donne l’hanno portata al Convento e nei forni antichi delle Benedettine è esplosa tutta la magia di quella piccola, strana creatura dal sorriso buffo.

Nata in un giorno apparentemente senza Sogni, custodita e cresciuta nella quiete di un lungo Inverno, ora lei danza tra sbuffi di bianche farine, uova calde di gallina e burro di latte buono e invade tutto con il suo profumo e la sua gioia, lei che profuma di spezie ed è fatta di felicità.

Tutti lo sanno che dal giardino di quel Convento inizia il sentiero che porta al Paradiso. Ma, adesso che ésSenza  gioca nei  forni antichi tornati a nuova vita, nessuno vuole andare via, neanche per raggiungere quel posto che dicono Paradiso. Quelli che arrivano  anziché proseguire il cammino si attardano vagando per i viali alberati perché sperano d’incontrarla o almeno avvertirne l’anima nel profumo di un refolo di vento.

Le Donne la guardano e sorridono dello stesso sorriso buffo imparato sul viso di lei e impastano ricette che descrivono i percorsi inauditi del cuore.

 

logo bianco senza cornice

 

Ecco, è nata ésSenza e io, lo dico sinceramente, oggi ho pianto di commozione.

A volte piove, quasi sempre c’è il sole. Non tutte vanno lisce, parecchie cose fanno paura.  Il futuro è incerto ma noi ci crediamo.

Io volerò sopra ogni cosa attaccata ai racconti e alle storie come fossero palloncini e cercherò sulla tastiera le parole che parlano di sogni e di risvegli, di amici persi e ritrovati, amori finiti, amori sbocciati e mille ricette, biscotti bruciati e biscotti rubati e forni parlanti, letti volanti, di tutte le cose raccolte lungo questo  cammino durato un anno ma cominciato molto prima.

Parole di me  e di tutti quei personaggi curiosi che mi girano intorno,  luci e penombre, che non sai mai se sono veri o inventati.

Insomma, mentre starnutisco e caracollo grazie all’immancabile influenza di cambio stagione e il pittore aggiusta i danni del mio fallimentare “fai da te” in camera da letto, mi guardo intorno cercando farfalle: forse sono i fumi del raffreddore o forse una nuova storia da raccontare……….se passate di qui rimanete un pò con me……